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Rime di tre gentildonne del XVI secolo von Colonna, Vittoria (eBook)

  • Erscheinungsdatum: 07.07.2015
  • Verlag: Booklassic
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Rime di tre gentildonne del XVI secolo

Rime di tre gentildonne del XVI secolo was written in the year 1500 by Vittoria Colonna . This book is one of the most popular novels of Vittoria Colonna , and has been translated into several other languages around the world. This book is published by Booklassic which brings young readers closer to classic literature globally.

Produktinformationen

    Format: ePUB
    Kopierschutz: none
    Seitenzahl: 138
    Erscheinungsdatum: 07.07.2015
    Sprache: Italienisch
    ISBN: 9789635265039
    Verlag: Booklassic
    Größe: 496kBytes
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Rime di tre gentildonne del XVI secolo

RIME DI VITTORIA COLONNA

Sonetto I.

Scrivo sol per sfogar l'interna doglia,
Di che si pasce il cor, ch'altro non vole,
E non per giunger lume al mio bel sole,
Che lasciò in terra sì onorata spoglia.

Giusta cagione a lamentar m'invoglia:
Ch'io scemi la sua gloria assai mi dole;
Per altra penna e più saggie parole
Verrà chi a morte il suo gran nome toglia.

La pura fè, l'ardor, l'intensa pena
Mi scusi appo ciascun, grave cotanto
Che nè ragion nè tempo mai l'affrena.

Amaro lagrimar, non dolce canto,
Foschi sospiri e non voce serena,
Di stil no, ma di duol mi danno il vanto.

Sonetto II.

Per cagion d'un profondo alto pensiero
Scorgo il mio vago oggetto ognor presente;
E vivo e bello sì riede alla mente,
Che gli occhi il vider già quasi men vero.

Per seguir poi quel divin raggio altero,
Ch'è la sua scorta, il mio spirito ardente
Aprendo l'ali al ciel vola sovente,
D'ogni cura mortal scarco e leggiero:

Ove del suo gioir parte contemplo,
Chè mi par d'ascoltar l'alte parole
Giunger concento all'armonia celeste.

Or se colui, che qui non ebbe esemplo,
Nel mio pensier di lungi avanza il sole,
Che fia; vederlo fuor d'umana veste?

Sonetto III.

argomento.

La morte del Pescara rialza in Italia la insegna di Francia.

Quella superba insegna e quell'ardire,
Che per la tua vittorïosa mano
Fece ogni sforzo, ogni disegno vano,
Mostra or vigor, sfoga or gli sdegni e l'ire.

Spense l'ardor del suo folle desire
Già il tuo valore invitto e più che umano,
Chè le cittadi, e i fiumi, e i monti, e 'l piano
Gli chiudesti con suo grave martíre.

Non fortuna d'altrui, non propria stella,
Virtù, celerità, forza ed ingegno
Diero alle imprese tue felice fine.

La chiara fama qui, la gloria bella
Lassù nel ciel ti dà 'l guiderdon degno;
Ch' uman merto non paga opre divine.

Sonetto IV.

S'alla mia bella fiamma ardente speme
Fu sempre dolce nodrimento ed esca,
Ond'è che, quella spenta, l'ardor cresca,
E in mezzo 'l foco l'alma afflitta treme?

Fugge il piacere e la speranza insieme,
Come dunque la piaga si rinfresca?
Chi mi lusinga, o qual cibo m'inesca,
Se morte ha tolto i frutti, i fiori, e 'l seme?

Quel foco forse che 'l mio petto accende,
Da così pura face tolse amore,
Che l'immortal principio eterno il rende.

Vive in sè stesso il mio divino ardore
Nè il nutrir manca, che dall'alma prende
Il cibo ch'è ben degno al suo valore.

Sonetto V.

Alle vittorie tue, mio lume eterno,
Non diede il tempo o la stagion favore:
La spada, la virtù, l'invitto core
Fur li ministri tuoi la state e 'l verno.

Col prudente occhio e col saggio governo
L'altrui forze spezzasti in sì brev'ore,
Che 'l modo all'alte imprese accrebbe onore
Non men che l'opre al tuo valore interno.

Non tardaro il tuo corso animi alteri,
O fiumi o monti, e le maggior cittadi,
Per cortesia od ardir rimaser vinte.

Salisti al mondo i più pregiati gradi;
Or godi in ciel d'altri trionfi e veri,
D'altre frondi le tempie ornate e cinte.

Sonetto VI.

Oh che tranquillo mar, oh che chiare onde
Solcava già la mia spalmata barca,
Di ricca e nobil merce adorna e carca,
Con l'aer puro e con l'aure seconde!

Il ciel ch'ora i bei vaghi lumi asconde,
Porgea serena luce e d'ombra scarca;
Ahi quanto ha da temer chi lieto varca!
Chè non sempre al principio il fin risponde.

Ecco l'empia e volubile fortuna,
Scoperse poi l'irata iniqua fronte,
Dal cui fur

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